Che siate analogici o digitali, non sempre tutto funziona. Ne sa qualcosa Vijay Manwani, CEO di Kuvée, una startup che proponeva una specie di contenitore da infilare sopra una bottiglia che legge il tag RFID presente sulla bottiglia stessa e riporta, sul piccolo display inserito nel contenitore, tutte le informazioni del vino.

Come dice Indipendent, ti racconta praticamente le stesse cose della retroetichetta. Ti dice anche quanti bicchieri restano, ed inoltre consente di mantenere a temperatura il vino anche fino ad un paio di mesi Ne avevo parlato qui, su Storie del Vino.

Un’altra vittima della IoT

Ogni Kuvée aveva un costo di 178$, insieme a quattro cartucce per la refrigerazione, ed una decina di aziende vinicole erano già diventate partner conferendo alla startup i propri vini in bottiglie già preparate, ma l’obiettivo di arrivare almeno a 50 etichette non è stato nemmeno sfiorato.

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Inizialmente sembrava una buona idea, almeno commercialmente. Le prime vendite su Indiegogo erano andate benissimo, e l’azienda aveva avuto un finanziamento di 6 milioni di $ da investitori quali General Catalyst e Founder Collective.

Ma, come dice Manwani nella sua email di commiato:

Gli incendi in Napa Valley dell’anno passato hanno influenzato la nostra capacità di scalare il numero di clienti dopo la stagione estiva, e quindi la nostra capacità di aumentare i fondi necessari per continuare a costruire la nostra attività.

Invece, altri finanziamenti non sono arrivati, altri clienti non sono stati trovati, e così Kuvée dovrà chiudere; le cartucce verranno ancora vendute fino ad esaurimento, alla metà del prezzo.

Tecnologia da riciclare

Non tutto è perduto comunque, e a quanto pare Manwani sta:

…cercando un partner che possa acquistare o utilizzare la tecnologia di Kuvée, e portarla sul mercato come parte del suo modello di business, al pià presto possibile

Un altro oggetto che sfrutta la potenza della IoT è JIM, una sorta di collaboratore vocale dedicato al bourbon di Jim Beam. Voi fate delle domande, lui vi risponde; volendo, vi riempie anche un bicchiere di whisky.

Una trovata a mio avviso poco utile, ma poi come sempre sarà l’abilità commerciale e la richiesta dei clienti a decidere il futuro di JIM.

IoT e vino, non sempre funziona

Cosa possiamo imparare dalla vicenda di Kuvée? A me ricorda molto quel che accadde durante la dot com bubble, nel 2000. Ricordate? Sembrava che ogni azienda che avesse un sito web potesse diventare un colosso della borsa, anche se dietro non aveva nessun modello di business o una rete logistica. In poco tempo, migliaia di aziende che avevano raggiunto una capitalizzazione stratosferica l’anno precedente, fecero dei flop altrettanto stratosferici, e rimasero solamente quelle società che avevano una solidità fisica, finanziaria o commerciale. Quelli rimasti, inoltre, impararono dagli errori delle aziende fallite, capendo cosa fare e come farlo.

La Internet of Things è certo una delle grandi invenzioni degli ultimi anni, consente di ‘parlare’ con oggetti di tutti i tipi, dai sensori che misurano le caratteristiche del terreno a quelli che verificano lo stato dei freni di un treno, il tutto in tempo reale. Gli assistenti vocali, come il già citato Alexa o il Google Home sbarcato da poco in Italia, possono essere utili per molte cose, anche se attualmente hanno un utilizzo poco più che ludico. 

Le innovazioni però si muovono non solo grazie ai successi, ma anche grazie ai fallimenti, e che c’è sempre da recuperare qualcosa, prima di gettarlo via. Da idee come quella di Kuvée, o quella di JIM, potrebbero nascere nuovi prodotti, nuove opportunità.

È però importante non lanciarsi a capofitto senza capire come funzionano queste innovazioni, che problema possono risolvere, e soprattutto come sfruttarle commercialmente, il rischio è quello di trovarsi dentro una nuova bolla tecnologica.

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