Già, a volte ci si pensa solo per alzare il pugno vendicatore contro una qualunque Pubblica Amministrazione, o contro una qualunque Banca, o contro l’azienda che ci sta licenziando.

Eppure, negli ultimi diciamo 10 anni, il mondo del lavoro è profondamente cambiato. Il pc che abbiamo sulla scrivania non serve più solamente per fare qualche slide di presentazione o macro per un foglio di calcolo. 

Lavoro 2.0

Dal computer accediamo a servizi on-line, grazie ai quali possiamo fare ad esempio buone slide senza dover scaricare un software adatto, o possiamo usare un gratuito e perfettamente adeguato foglio di calcolo, con uno spazio web per memorizzarlo.

Possiamo compilare un modulo di richiesta, anche se poi dobbiamo stamparlo ed inviarlo via fax. 

Un robot, o meglio una macchina a controllo numerico, fa oggi il lavoro che fino a 20 anni fa impegnava almeno 15 persone al giorno. Ma lo fa in un paio di ore. 

Non è la tecnologia che sta rubando il lavoro, ma l’economia

Supponiamo che l’introduzione di una nuova macchina riduca la necessità di forza lavoro del 5%; una alternativa al licenziamento potrebbe essere la riduzione delle ore lavorative di una quota proporzionale. Chiaramente sorge il problema dello stipendio: se lavoro 2 ore in meno a settimana, prenderò anche 2 ore in meno in busta paga. 

La rete usata al contrario

E’ il mantra che ascoltiamo spesso da politici ed imprenditori (non tutti, per carità): preferite guadagnare meno, ma non zero, oppure volete essere licenziati? Forse viene detta meglio, ma sempre di un ricatto si tratta, e dal punto di vista della vigente filosofia economica, ossia il capitalismo, questo non è sbagliato. A dire il vero, quelle due ore in più tolte al lavoro in ditta, o in fabbrica, potrebbero essere utilizzate per sviluppare nuove idee, per lo studio, per aumentare la propria conoscenza.

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E, a mio parere, dovrebbero essere pagate, visto che un essere umano che pensa, poi alla fine riesce anche a realizzare la propria idea e, alla fine, migliorare il sistema di vita della propria comunità.

Il sistema attuale invece sembra fatto apposta per limitare qualunque modo di ragionamento nuovo, qualunque idea fuori dagli schemi.

Forse bisognerebbe tenere conto della nuova Rivoluzione Industriale che il mondo sta vivendo, con nuovi mestieri fino a 10 anni fa nemmeno immaginabili, nuove tecnologie, innovazioni che ormai ci sembra aver sempre posseduto.

Pensate al primo iPhone che ribaltò completamente il modo di usare il cellulare; pensate ai tablet, ormai veri e propri sostituti dei laptop. Osservate quanto sta avvenendo nel campo dell’automotive, dell’uso dei droni, della stampa 3D, della telemedicina.

Opportunità impensabili

Guardate qualche video di nuove forme pubblicitarie, artistiche, musicali, e poi ditemi se pensate che il mondo del Terzo Millennio sia uguale a quello che ci siamo lasciati alle spalle nel Secondo. Anche lavori ‘classici’, come il saldatore, il panettiere, l’agricoltore, si stanno modificando con l’utilizzo della rete, delle possibilità di conoscenza, con nuovi modi di attirare nuovi clienti. Con la possibilità di vendere il proprio pane a 1000 km di distanza o usare una macchina saldatrice 10.000 km lontana.

Pensate a quello che sta facendo Internet al mondo della comunicazione, al sistema dell’arte, a quello dell’editoria e della televisione.

Non voglio fare un manifesto anti-capitalista, non è il mio scopo. 

E’ solo una riflessione su come si sta modificando il mondo del lavoro, delle resistenze del Vecchio Sistema ai giovani che sono sempre più, per scelta o per necessità, Nomadi Digitali.

Economia del XVIII secolo

Il che non significa che tutti i ragazzi debbano per forza andarsene in giro per il mondo (anche se è quello che auguro a tutti loro), ma semplicemente Nomadi perché cambiano lavoro, modificano la propria competenza, si spostano lateralmente su altri campi di conoscenza, con una velocità ed una preparazione che quelli della mia generazione nemmeno si sognano più.

Certo, il problema di questi tempi è che mentre fino a 30 anni fa i cambiamenti impiegavano almeno una generazione per avere qualche effetto, oggi impiegano pochi mesi, e chi è in mezzo al fiume, chi cioè ha iniziato a lavorare 30 anni fa, si rende conto di non poter tornare indietro e contemporaneamente di non avere la conoscenza e la forza per andare avanti.

L’economia, le forme statali, impiegano secoli prima di modificarsi, ed il sistema che sta alla base del lavoro è ancora quello ereditato a fine ‘800 da Taylor sull’organizzazione del lavoro, che andava bene, appunto, nel XIX secolo. 

Oggi siamo nel XXI da ormai 16 anni, ma il modello organizzativo del modo di produzione è rimasto uguale.

Ma se le forme di Stato vogliono sopravvivere dovranno necessariamente evolversi.

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