Pensare nella Google era

Ci sono abitudini che cambiano il nostro modo di pensare senza che ce ne accorgiamo.

Magari diamo la colpa all’età (“da giovane leggevo tantissimo, dopo i 50 molto di meno”), o al tempo che non basta mai (“quando torno a casa sono stanco e guardo la televisione, a letto mi si chiudono subito gli occhi”).

Insomma, ci modifichiamo e quindi il tempo che riusciamo a dedicare alla lettura è diminuito.

Google ci rende stupidi?

Quando non esisteva la diffusione della stampa, ed i pochi libri erano a disposizione solo dei letterati (stiamo parlando di un paio di centinaia di anni fa, forse meno), venivamo a conoscenza dei fatti soprattutto grazie alla tradizione orale. Nonni e genitori raccontavano gli avvenimenti di quando erano giovani loro, oppure si ascoltavano le storie di chi era tornato da un viaggio in paesi lontani. Fino a cento anni fa, ‘paesi lontani’ poteva anche signifcare solo una città a duecento km di distanza.

Poi sono arrivati i libri e le enciclopedie, così che abbiamo potuto evitare di ricordare i particolari di un avvenimento, o il numero di abitanti di un Paese, perché quando ci sarebbero serviti avremmo potuto consultare l’enciclopedia.

Facendo un salto di qualche decennio, oggi abbiamo Google che ci consente, ogni volta che non conosciamo qualcosa, di arrivare immediatamente ed in qualunque posto ci troviamo, all’informazione desiderata.

Non solo.

Internet è diventata il luogo dove si scrivono le notizie, un quotidiano o una rivista che non abbiano un sito Internet è semplicemente impensabile.

Nel 1997 poi nascono i primi blog, diari scritti da chiunque avesse a disposizione una linea dati ed un computer; articoli spesso brevi, non più di 3 o 4mila battute, con i link delle fonti ed i riferimenti.

Se prima quindi potevamo leggere libri con qualche centinaio di pagine, oggi siamo abituati a leggere articoli che ne contengano al massimo un paio o tre.

Zig zag nella Rete

Quanto di questo incide sul nostro modo di pensare?

Leggere in modo diverso, grazie o a causa di Internet, agisce sul nostro comportamento mentaleMaryanne Wolf, psicologa sperimentale alla Tufts University (Boston, MA) è convinta di si.

Secondo la Wolf, autrice di “Proust and the Squid: The Story and Science of the Reading Brain“ noi “non siamo solo quel che leggiamo, ma siamo anche ‘come’ leggiamo”.

Seguendo quanto scriveva Nicholas Carr su TheAtlantic.com nel 2008, la lettura in rete privilegia la sintesi e l’immediatezza, senza molti fronzoli e distrazioni. Il nostro comportamento durante la lettura di un testo stampato (un libro, una rivista) è completamente differente durante la lettura di un post su un blog. Leggiamo in modo veloce, cercando con gli occhi parole o frasi che ci diano subito l’informazione necessaria, e spesso saltiamo da un link ad un altro per cercare altre notizie.

Pensiero e nuove tecnologie

Il processo di adattarsi alle nuove tecnologie si riflette nel cambiamento delle metafore che usiamo quando ragioniamo di noi stessi. Quando fu inventato l’orologio meccanico, le persone iniziarono a pensare che il proprio cervello operasse “come un orologio”. Oggi, nell’era del software, abbiamo iniziato a pensare che i nostri pensieri funzionino “come un computer”. Ma i cambiamenti, ci dicono i neuroscienziati, sono molto più profondi di una metafora. Grazie alla malleabilità del nostro cervello, i cambiamenti si riflettono anche a livello biologico.

E le frasi che leggiamo sono di certo molto più stringate ed avare di aggettivi, rispetto ad un libro.

Già nel 1960 lo studioso dei media Marshall McLuhan affermava che il mezzo trasmissivo non è solo passivo, ma introduce una distorsione, aggiunge parte del proprio pensiero (o quello del programmatore, in generale).

E poiché quello che leggiamo influenza quello che scriviamo, il modo in cui scriviamo e leggiamo è strettamente legato al mezzo che usiamo, per leggere e per scrivere.

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