Come cambierà il commercio del vino dopo l’emergenza?

commercio del vino

Ci siamo, da oggi inizia la fase 2, qualunque cosa voglia dire, anche per il commercio del vino. Oppure no? Le tendenze sono piuttosto chiare, la vendita online è aumentata sebbene le enoteche siano rimaste aperte. Il timore di un verbale da parte delle forze dell’ordine c’entra, naturalmente, ma non solo. Molti appassionati di vino o normali consumatori, hanno visto che potevano fare da casa quello che prima facevano in modo diretto, come acquistare una bottiglia di vino.

E così, intelligentemente, hanno preferito rimanere nelle proprie stanze e cercare il vino direttamente sullo smartphone.

Le vendite online di vino sono praticamente raddoppiate nei volumi, mentre in media si cercano bottiglie con un costo minore rispetto al solito, circa il 10%. Si cerca insomma di restare nel budget. 

Personalmente ho acquistato parecchie bottiglie fuori dall’enoteca, qualcosa mi è stato spedito da amici vignaioli, ma in genere ho usato gli ecommerce online più noti. Anche la birra, devo dire, non mi è mancata. 

Ma l’aumento delle vendite con i canali che, prima dell’emergenza COVID-19, erano chiamati alternativi, non compensa la perdita causata dalla chiusura dei canali tradizionali. Il commercio del vino si è quasi fermato, la produzione no, e questo vuol dire maggiori giacenze il prossimo anno.

Ristoranti, wine bar e alberghi hanno subito un crollo verticale, semplicemente perché erano chiusi; e questo naturalmente oltre a provocare a loro un immediato azzeramento dei loro guadagni, ha avuto impatti su tutta la filiera. Il vino venduto dai canali HORECA ha volumi importanti, il 50% del vino prodotto in Italia. Tutto questo vino è rimasto invenduto, qualche partita nemmeno pagata, visto che spesso i pagamenti avvengono a 90 giorni. Queste bottiglie sono restate nelle cantine di ristoranti e alberghi, in attesa di essere stappate quando si potrà di nuovo andare fuori a cena o in vacanza. Nel frattempo il vino dell’annata 2019 sta uscendo, sebbene con poche speranze di entrare nei listini del commercio del vino. 

Ed ancora, c’è una filiera che sta soffrendo, i distributori ad esempio, i trasportatori anche, per non parlare di tutte le persone che lavorano nel settore del mercato del vino.

Ma dopo la riapertura, quando si tornerà ad una nuova normalità, cambierà qualcosa nel sistema di vendita e del commercio del vino? Sicuramente i primi mesi i ristoranti non avranno un miglioramento evidente. Per ora, solo cibo da asporto, e difficilmente chi andrà a prendere un piatto espresso al ristorante, per mangiarselo a casa, si porterà via anche una bottiglia di vino. Famiglie che prima andavano fuori a cena una volta al mese, ora non lo faranno più perché semplicemente i loro guadagni sono diminuiti. Perché hanno perso il lavoro, o sono in cassa integrazione, perché sentono aumentata l’incertezza. 

Un sistema potrebbe essere quello di aggiungere la bottiglia di vino al pacchetto da asporto proposto dal ristorante, ma questo non aumenterà in modo significativo le vendite. 

Per chi produce il vino il DTC, il Direct To Consumer, rimane ancora una buona occasione di aumentare le proprie vendite. In questo caso ci sono due scenari: il cliente va dal vino oppure il vino va dal cliente.

Prima che i turisti riprendano di nuovo a muoversi per le vigne e le aziende vinicole, passerà parecchio tempo. Vedremo cosa accadrà questa estate, ma non ci sono previsioni molto rosee. Quindi occorrerà che il vino arrivi dal cliente, tramite e-commerce o vendita diretta. Ma ancora, questo non riempirà i vuoti lasciati dalla pandemia. 

Per non parlare del vino venduto all’estero, visto che anche in altri paesi il lockdown, la chiusura obbligata, ha lasciato abbassate le serrande di alberghi, ristoranti e wine bar. Non dovunque, certo, ma anche nel nord Europa il calo è sensibile.

Però quello della vendita all’estero è un canale da percorrere, o almeno da incrementare. Si può dire che il 40% del vino italiano prenda la strada dei mercati internazionali, USA, UK e Cina soprattutto. Che sono mercati provati dall’emergenza, e negli USA ancora ci sono i dazi di Trump. La Cina potrebbe essere un canale interessante, ma lì l’Italia deve scontrarsi con la concorrenza della Francia, che ha costruito il proprio mercato in modo piuttosto solido ormai da oltre un decennio.

Quindi, occorrerà una discussione ampia anche sulle fragilità della filiera, anzi delle filiere, perché non parliamo solo del vino. Potrebbe essere il momento, addirittura, di rivedere la propria impronta verde nel trasporto e nella produzione, ossia iniziare ad avere un occhio più attento anche all’ambiente.

Quello che questa pandemia ha dimostrato è una cosa piuttosto ovvia, ossia che sono i nodi e le persone più fragili che, in caso di emergenza, rischiano di più.

E che la fragilità di questi nodi ha una conseguenza importante su tutto il resto del sistema. 

Photo by Lara Santos from Pexels

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